Mozia: l'isola più mediterranea

LUOGHI DA NON PERDERE.

Mozia si trova in uno dei più suggestivi paesaggi costieri della Sicilia laddove raggiunge la sua estensione più occidentale e la terra sembra sfilacciarsi dando luogo ad un misto di terre e mari. L’acqua del mare penetra attraverso i varchi che la più grande delle isole della laguna – l’isola Longa – forma con la terraferma. Ristagna a lungo riscaldandosi ed emanando un forte vapore marino misto all’acre odore dei rizomi di posidonia che si accumulano grazie all’assenza di corrente e moto ondoso. Questa situazione generò, in tempi remoti, la possibilità di impiantare una fiorente attività di estrazione del sale. Fu nel ‘500 che il sistema organico di saline e canali fu impiantato ed ancora oggi gli archeologi e gli operai che lavorano per dissotterrare le antiche vestigia di Mozia partono dall’imbarcadero costruito in quell’epoca per caricare il sale.

E da quell’imbarcadero dovette salpare anche Joseph Whitaker, rampollo di una delle dinastie anglo-sicule tra le più rinomate che, oltre a condizionare il destino politico recente della Sicilia (ebbero un ruolo nella conquista garibaldina dell’isola), ne esaltarono l’economia nel mondo attraverso il fiorente commercio del vino. Anche il leggendario scopritore di Troia Heirich Schliemann, nell’ottobre del 1875, effettuò una brevissima campagna di scavi a Mozia. Questa lunga, ma illuminante, premessa storica per capire e assaporare l’atmosfera che emanano i ruderi e l’ambiente di Mozia. Senza conoscere i protagonisti di questa avventura dell’archeologia moderna non potremo mai recepire il valore del messaggio di storia e cultura che Mozia ormai rappresenta per la nostra vita di cittadini mediterranei. Mozia, parafrasando le parole di Biagio Pace, ha contribuito a farci diventare tutti un po’ più “mediterranei” ed un po’ meno grettamente “classici”. La cultura e la storia che sono uscite dalle zolle di terra moziese scavate da Whitaker e Pace prima, e da Vincenzo Tusa, Ciasca ed Isserlin dopo, hanno contribuito primariamente a ridimensionare il ruolo del classicismo imperante fino a poco tempo fa negli studi di archeologia ma anche nel comune sentire il passato. Il palinsesto di una cultura orientale nel cuore del Mediterraneo greco-romano ne ha ridimensionato il carattere facendo di questo piccolo grande bacino non la fucina di una sola cultura, come un tempo erroneamente si pensava, bensì uno dei più interessanti e riusciti laboratori di interculturalità.

Cosa resta di questa città che tanto peso ebbe nelle vicende storiche della Sicilia e del Mediterraneo antico? Chi arrivava a Mozia da lontano doveva certamente raggiungere la zona settentrionale dell’isola e trovarsi la strada sbarrata a terra dall’imponente mole del sistema difensivo di Porta Nord ed a mare da quella che oggi viene definita “strada punica” e che al tempo era un vero e proprio argine che impediva la libera navigazione nelle acque lagunari.

Uno dei luoghi più peculiari di Mozia, laddove si può con maggiore agilità, anche se con un pizzico di fantasia in più, sognare per un istante di trovarsi nell’atmosfera dei culti fenici di biblica ascendenza, è il tophet. Ogni devoto si recava al tophet per sacrificare un animale o, secondo alcuni studiosi, il proprio figlio primogenito. Il messaggio millenario della loro presenza radicata in secoli di storia occidentale si materializza nelle rovine e nel paesaggio di Mozia come un cuneo di cultura occidentale e nord-africana in terre d’Occidente.